Semina delle fave “nas’n’gul”

Riassunto delle puntate precedenti

Cinque anni orsono scappo dalla mia terra verso Pesaro, da lì decido che non è la mia terra ad andar male, ma l’intera nazione. Non intravedo alcuna voglia di cambiamento. Scappo un’altra volta dal mio Paese, verso la Spagna e l’Inghilterra. Decido di non farne più ritorno!

Oggi, anzi Domenica 4 Novembre 2012

Cinque anni dopo mi ritrovo seduto accanto al capotavola Gianni a dover spiegare quel saluto dal Cilento arrivato poco prima.

Io sono Daniele e quello a capotavola è Gianni, nonché padrone di casa che assieme a Daniela, sua moglie, ci ha ospitato nella sua dimora, La Masseria dei Monelli tra Turi e Conversano, per piantare una delle verdure più tipiche della mia terra, quella che cinque anni fa avevo lasciato, ossia le fave. Nello specifico le “nas e ngul”, una varietà dal nome esilarante e dal sapore entusiasmante.

Mi ritrovo seduto accanto a Gianni che tintinna sul bicchiere per richiamare l’attenzione dei ventisei commensali, perché qualche tempo addietro, quando assieme ad Anita ci chiedevamo da dove cominciare la nostra ricerca, ad unanimità ci è stato detto “per ste cose i migliori in assoluto sono Gianni e Daniela”. E così noi, io ed Anita, da Gianni e Daniela ci siamo andati subito, perché “per ste cose sono i migliori” come dimostra l’esperienza fatta Domenica.

Una delle cose che mi piace maggiormente di queste occasioni è quella di conoscere gente (che da quando ho sentito parlare Ben Casnocha, mi sembra un’attività sempre molto più interessante e fruttuosa) e stringere mani a destra e a sinistra. Si, mi piace anche quando mi dicono “piano con la stretta di mano”.

Trovo Gianni sul muretto difronte alla porta di casa con degli amici, mi introduce, ci presentiamo ed inizia la chiacchiera. Assieme alle chiacchiere arrivano le persone, dagli adulti, agli aspiranti adulti, ai ragazzi e agli aspiranti tali, un miscuglio di età che preannuncia qualcosa di bello.

Gianni ci indirizza saggiamente verso quella che sarà la nostra giornata di piacevole lavoro nella terra. Lavoro che apprezzo da poco onestamente, ma che sento necessario.

Passeggiamo fino la vecchia stalla dove una tavolata lunghissima emerge al centro della stanza imbandita da ceste di fave secche, tè alla menta e friselle e marmellata di pesche. La voce di Gianni rimbomba sulle pietre della stalla mentre racconta, come una favola, le fave (cosa che io non sono in grado di ri-raccontarvi). Intanto Daniela in cucina ne fa una purea e il mio olfatto ne è fortemente attratto.

Andiamo sul campo e con Anita e Pasquale l’immaginazione ritorna al campo del Camp Di Grano fatto qualche mese prima a Caselle in Pittari, Cilento. Esperienza che ha segnato ognuno di noi in qualche maniera, nello specifico di me ed Anita, a svolgere un’attività di ricerca delle tipicità nostrane e delle belle realtà agricole della nostra terra e a conoscere Gianni e Daniela. Il terreno è ben arato, e per chi come me ha poca esperienza con la terra, sembra più grande di quello che realmente è. Gianni distribuisce le ceste con le fave e spiega come seminarle. I bambini partecipano alle attività guidati sia dalle indicazioni di Gianni e dei genitori, sia da quell’istinto che ognuno di noi ha nei confronti della natura, o per lo meno così mi piace pensarla.

Il lavoro non è duro come mietere il grano, questo è certo, ma altrettanto piacevole. Al Camp Di Grano c’era da svegliarsi alle sei ogni mattina, c’era da mietere, da raccogliere, da trasportare, da tagliare e da legare. Ma c’era anche un paesino di duemila abitanti che ci accoglieva in un abbraccio che alleniva tutte le fatiche, cerano i 25 porchiati ed i ragazzi di Caselle, c’era il Teatro del grano e le nostre discussioni.

#Campdigrano from Marius Mele on Vimeo.

Intanto conosco Antonio, giovane contadino di cinque anni, che non teme la fatica e tantomeno il letame di vacca che mi aiuta a portare e spargere sul terreno senza alcuna irriverenza verso quel concime tanto genuino quanto profumato (perché sappiatelo la cacca di mucca non puzza, anzi odora). Gli altri si dividono le file da seminare e un passetto alla volta piantano nel terreno una coppia di fave che ricoprono con la terra spostandola con i loro piedi. Un passo dopo un altro. C’è chi, invece, passeggia nell’orto, raccoglie ortica ed erbe selvatiche, chi semplicemente chiacchiera e chi tra i ragazzini cerca imperterrito di farsi graffiare da uno dei tanti gatti della Masseria dei Monelli, che però sono fin troppo pazienti.

La mattinata prosegue così finchè le fave nelle ceste non si esauriscono e la fame erutta dallo stomaco di ognuno. Tutti si adoperano per la tavola, o quasi e ci ritroviamo in men che non si dica seduti lungo la lunghissima tavolata nella stalla, imbandita a banchetto. L’acquolina sbrilluccica nelle bocche di tutti.

Gianni mi chiede se mi va di parlarne. Tentenno e chiedo di rifocillarmi e di buttare giù qualche bicchiere di vino prima di farlo.

Intanto ad Anita squilla il telefono, è Michele dal Cilento. Si dispiace di non essere potuto venire.

La purea di fave o favett è il piatto principale, accompagnata da erbe selvatiche raccolte da Gianni e cucinate da Daniela. Ognuno ha portato qualcosa: formaggi, olive soffritte, pan brioche, pane del proprio forno, ciambotta, focaccia, e quella cosa buonissima con la farina di ceci di cui non ricordo il nome.

Mi ritrovo seduto accanto a Gianni che tintinna sul bicchiere per richiamare l’attenzione dei ventisei commensali e questa volta mi tocca parlare.

“Salve a tutti, il saluto dal Cilento a cui prima Gianni accennava, vi giunge da uno dai ragazzi del Camp Di Grano al quale assieme ad Anita e Pasquale ho avuto il piacere di partecipare. Si è trattata di una settimana di “alfabetizzazione rurale” dove siamo stati catapultati nella minuscola ed accogliente comunità di Caselle per riappropriarci di valori e tradizioni che si sono andate via via perdendo con la modernità. Questa esperienza ci ha profondamente toccato e così abbiamo deciso di scoprire, assieme ad Anita, tutte le realtà che conservano i valori ed i connotati rurali della nostra terra. Siamo così giunti facilmente da Gianni e Daniela ai quali abbiamo parlato dell’esperienza fatta in Cilento sollevando la loro curiosità. Sono certo che una delle parole che più ha impressionato, in positivo ovviamente, Gianni è stato il termine cumparaggio, ossia ciò che è avvenuto tra noi 25 ragazzi da tutta Italia ed i ragazzi di Caselle. Abbiamo stretto un rapporto di cumparaggio, siamo  compari e questo nella società rurale era un legame molto forte. L’intenzione che abbiamo è quella di collegare in qualche maniera le tradizioni baresi (o pugliesi) con quelle cilentane, fare un cumparaggio tra Cilento e Puglia, tra i ragazzi del Camp Di Grano e quelli del barese che hanno voglia di esplorare nuove forme di vita più sostenibili e genuine, tra le fave di Gianni e Daniela ed il Grano di Caselle.
E’ stato bello oggi vedere sulla locandina, che spiegava la giornata che stiamo vivendo oggi, la scritta Semina delle fave in comparaggio con la semina del grano “Janculidde” del Cilento. 

Buon proseguimento di pranzo a tutti.”

 

LINK UTILI

http://www.masseriadeimonelli.it/

http://www.paliodelgrano.it/campdigrano/

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