E’ Davvero finito il #CampDiGrano?

Oggi mi sono svegliato alle nove e mezzo. Non c’era alcuna sveglia alle sei, ma credo che il mio cervello, a quell’ora, abbia comunque provato a svegliarmi. Apro gli occhi e anziché Pasquale c’è la mia gattona Lotti in camera con me che miagola come una disperata, non muggisce. Dubito fortemente voglia essere munta, forse ha solo sete. Orsù, devo fare presto, sono come al solito in ritardo e mi tocca raggiungere i ragazzi direttamente al Campo, almeno sta volta non c’è Rocco a svegliarmi con la telecamera.

Vi ho lasciato un po’ indietro con la cronaca dal #campdigrano, ma mi capirete leggendo. Perché difficile era trovare il tempo per dormire ed altrettanto complicato quello per scrivere un post al giorno. Tuttavia anche ora che il tempo non manca, mi risulta difficile riassumere la cronaca di questa settimana, anche perché c’è sicuramente chi lo fa meglio di me come i ragazzi del Camp e lo storify di Filippo. Io, invece, mi chiedo “è davvero finito il #Campdigrano?”.

Questo il mio maggiore interrogativo dopo ventiquattro ore di astinenza. E’ da quarantotto ore che ne parlo e settantadue che ci penso, ma infondo me lo chiedevo sin dall’inizio.

Ci avete mostrato qualcosa di diverso, di innovativo. Un modello di socialità, sostenibilità, comunicazione e anche turismo alternativo alla standardizzazione ed al flusso, ma soprattutto un modello di vita. Ci avete insegnato ad evadere da futuri prestabiliti e privi di coscienza, intrapresi solo perché la corrente va in quella direzione, ma noi al Camp abbiamo anche imparato a nuotare controcorrente nel fiume Bussento. La riscoperta della dimensione local e della ruralità è la base per il nuovo futuro – quel futuro arcaico di cui si parlava tanto durante il #campdigrano – che pone i piedi nel passato e lo sguardo al futuro. Questo connubio tra tradizioni dimenticate e innovazioni tecnologiche e sociali è la via da seguire. Rimpossessarsi del senso di aggregazione, del valore dello scambio, e della caduta del dio denaro sono i must per una società consapevole e socio-eco-sostenibile. Avete aperto una finestra spazio-temporale dalla quale ci siamo affacciati e abbiamo visto la direzione da seguire, anche se c’è ancora da lavorarci.

Un’esperienza del genere – “e per favore non chiamatelo evento!” citando i ragazzi – non può quindi avere una fine. Come il seme “porchia”, ossia quando da un seme escono più spighe e di conseguenza più semi, questa idea, queste emozioni “porchiano” e si riproducono. Siamo la prima semina di una società post-rurale, siamo i porchiati.

Questo è, dunque, solo l’inizio.

Grazie ancora di tutto.

 

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