Cos’era per me il post-moderno

Ricordo quando, le prime volte che ho sentito parlare di postmoderno, le mie idee fossero molto confuse a riguardo. Inizialmente lo associai all’ arte ed alla letteratura. Stile di uno e del altro che, però, non conoscevo e che non sapevo associare a nessun tipo di autore.

Successivamente, non ricordo esattamente come, ebbi una chiara visione di ciò che fosse la postmodernità ed il postmoderno.

Capì che la società in cui ora viviamo non è altro che un insieme di idee, tecnologie, abitudini e mode ripescate dal passato ed unite con ago e filo tra loro come stracci buttati in un armadio e poi tutto ad un tratto usati per farsi un nuovo vestito, che magari utilizzerebbe solo Arlecchino o qualche genio incompreso. Era per me un collage di elementi del nostro recente o lontano ieri, incollati tra loro per creare un nuovo. Questa ricerca a ritroso credevo fosse mossa da una incompetenza nello scoprire, scovare, inventare. Come se avessimo esaurito la materia prima per costruire una nuova civiltà e avessimo smantellato le vecchie, prendendo mattoni dai palazzi in rovina, fondendo ferro nascosto in chissà quale discarica, riciclando dunque.

Mi sembrava come se vivessimo all’ombra dei miti del passato. Come se il paragone col passato non reggesse e si dovesse usare la sua forza per conferirne nuova al presente. Così Messi non è un campione, ma il nuovo Maradona, Fiorello non è un istrione, un animale da palco, ma il successore di Mike Buongiorno, Ildefonso Falcones è il Ken Follect del 2000 e Giovanni Allevi il nuovo Keith Jarett.

In seguito, con gli studi in sociologia, ho scoperto che la mia idea di postmoderno non si allontanava poi tanto dalle varie teorie dei vari autori che ne trattano.

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