Divella vs. Barilla

Voglio tornarci su. Mi sono avvelenato il fegato due o tre mesi fa a lezione, l’altro giorno senza voce con A. – di cui a volte ho partlato –  e ci torno oggi.

In me batte il cuore barese\pugliese, e come tale sono un regionalista o ancor meglio un provincialista – pessime revisioni del termine nazionalista – e di conseguenza amo e canto le eroiche imprese della mia terra e dei suoi prodotti che poco hanno a che vedere con molte altre regioni – e chiudo qui una già acerrima polemica verso quelle persone di quelle regioni che non concepiscono il mangiare il pesce crudo, anche se poi divorano sushi a suon di sonanti euri.

Questa digressione perchè?

Perchè oggi, qui, nel mio blog voglio mettere contro – come se non lo fossero già nella realtà – due marche, due importanti marche.

Da un lato l’iperreale Barilla, dall’altro – nonchè mia favorita – la meridionale Divella.

Non voglio calarmi nei meandri, peraltro soggettivi, del sapore o semplicemente quale delle due sia qualitativamente, a livello di gusto la migliore. Anche perchè a parer mio – e ripeto che sono ufficialmente di parte\schierato per Divella – non ci sono paragoni: la Divella è chiù sostanzios – più sostanziosa.

Tantomeno mi interessa parlare di una diversa politica di prezzi o distribuzione, packagin o checchesia.

Quello di cui voglio parlare – scrivere – è l’ambito della comunicazione delle due aziende. Come comunicano con i loro consumatori, con noi che mangiamo i loro prodotti, con noi che guardiamo, valutiamo i loro messaggi in tv e intorno a noi.

Piccolo, ma esemplare paragone sono le diverse pubblicità passate in televisione.

Mentre da un lato la promotrice di sogni Barilla – iperreale per essere precisi – disegna una surreale – che preferisco ad iperreale – famiglia, con valori un po lontani dalla realtà concreta, Divella presenta un’immagine realistica del processo industriale di produzione dei propri prodotti.

Entrambi sottolineano la genuinità e bontà dei loro prodotti, ma come?

Il cuoco Barilla prepara i propri sughi pensando ai propri cari, poichè saranno loro i primi ad assaggiarlo. Il cuoco Barilla cucina i sughi in una cucina che assomiglia più a quella di un ristorante piuttosto che ad un impianto industriale, saltandoli in padelle da cui ci mangiano 4 persone, tagliando tutti ingredienti freschi e prendendo cucchiaiate di ricotta fresca come se fosse arrivata un’ordinazione di pennette al sugo e ricotta per il tavolo 214. Un po surreale. Poi magari io mi sbaglio, magari come gli Umba Lumpa della fabbrica di cioccolato è lui davvero che prepara i sughi che poi arrivano sulle nostre – vostre, meglio – tavole.

Divella invece mostra immagini delle macchine che preparano la pasta, in maniera pulita e di qualità, spiegando la produzione passo per passo di un prodotto che poi arriverà sulle nostre tavole trasparentemente.

Questa è la differenza. Questa è la cosa che mi fa incazzare. Io posso concepire tutte le vie per attribuire valore ad una marca, il continuo intrecciarsi tra realtà e sogno, ma le prese per i fondelli no. Perchè Barilla mi deve mettere davanti agli occhi un porcedimento di preparazione del sugo altamente inverosimile? Mi sta bene il fatto che ipoteticamente mangiando Barilla si consolidi l’unione familiare e di casa. Mi sta bene vedere il Signor Barilla che sogna immaginandosi 3 camion blue in corsa su un ponte in America. Non mi sta bene vedere il cuoco Barilla cucinare il sugo in una padella che ho anche io nel mobiletto accanto al lavandino.

Non sarà certo questo post che cambierà le gerarchie tra le due aziende, non sarò certo io a diminuire l’acquisto di pasta Barilla – anche perchè marca ormai consolidata nelle abitudini d’acquisto di molti, quasi tutti gli italiani, storicamente – però mi auguro che almeno quei miei amici più vicini che si ostinano a comprare Barilla si redimino in quanto pugliesi e studiosi di comuincazione e pubblicità.

Ma gli altri, le vostre mamme che pensano quando guardano queste pubblicità, quando ascoltano certe frasi?

A questo non mi so dare una risposta, anche se magari ci proverò, ma io continuerò a mangiare Divella e a denigrare la Barilla – specie se me la propina qualche pugliese – e preferire un tipo di comunicazione che ha almeno uno dei due piedi piantati per terra, senza alzarsi in voli e piroette oniriche che ci fanno sempre più ad allontanare dalla realtà concreta – e spesso puzzolente – che ci circonda.

Le persone hanno bisogno di sognare, ma ancor prima di capire la differenza tra sogno e realtà.

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