C’era una volta un gatto di nome Eron…

…che tutto il giorno non faceva altro che passeggiare ai margini di una piccola cittadina dove l’odore degli ulivi e dei mandorli riempiva le assuefatte narici degli abitanti di quella cittadina ai quali margini Eron amava fare lunghe passeggiate. Era un gran bel gattone con un viso paffuto, piccole orecchie e corte zampe grassoccie. Il naso rosa spiccava sul pelo grigio con zebratoure nere come in un prato di margherite spicca un alto papavero rosso. A tutti gli abitanti di quella piccola, piccola cittadina era nota la gran fame che contradistingueva Eron da tutti gli altri gatti di quella pittoresca cittadina circondata da ulivi, madorli e prati di margherite dove qua e la di tanto in tanto spuntava un papavero alto e rosso. Adorava come tutti i gatti il pesce ben cotto magari sulla brace, proprio come lo sapeva fare il Signor Buono, grande cuoco, ma pessimo giocatore di sbarazzino un gioco di carte amato dagli abitanti della piccola cittadina; si racconta addirittura che sia riuscito persino a perdere contro i figli del panettiere Angelo, Sergio e Luigi rispettivamente otto, dieci e undici anni. Eron non sapeva cosa fosse lo sbarazzino, ma sapeva che quando il Signor Buono aveva ospiti nella sua casetta ai bordi della cittadina che tanto amava questo gioco di carte, era meglio non elemosinare il prelibato pesce alla brace visto che sapeva benissimo il solito gran finale di ogni pranzo che il cuoco preferito da Eron riservava ai suoi commensali: sbraiti e urla causati dall’ennesima sconfitta che ogni abitante della piccola e profumata cittadina aveva rifilato volta per volta al Signor Buono durante i suoi famosi pranzi.

Eron camminava al ciglio della stradina in pietra che si apriva tra una fila di piccole casette e un campo di mandorli quando giunse ai piedi di un esemplare enorme di questi alberi – che in primavera regalano agli abitanti della cittadina tanto nominata una magnifica visione di petali bianchi appena tendenti al rosa – le quali radici si erano fatte spazio tra le pietre della stradina dove Eron camminava. Lasciò la strada lastricata dirigendosi in un campo, allontanandosi dalla cittadina, lasciandosi alle spalle gli altri gatti, il Signor Buono, il panettere e i suoi figli Angelo, Sergio e Luigi di otto, dieci e undici anni. Il passo da essere tranquillo e ovattato si trasformò ben presto in una corsa, che ogni secondo diventava sempre più veloce e frenetica, una corsa sfiancante per un gatto della sua stazza che normalmente amava cammianare ai margini della piccola cittadina con le stradine lastricate in pietra. Eron era completamente assalito da un odore che mai avevava sentito, intensissimo, che gli penetrava nelle narici quasi stonandolo, quasi chiamandolo ben più irresistibile del richiamo della voce del Signor Buono quando gli faceva mangiare qualche pezzetto di pesce alla brace, ben più suadente dell’odore di una bella gattina nel periodo dell’amore.

L’acre odore proveniva da alcuni mandorli concentrati in pochi metri e circondati da bassi cespugli da lui mai visti. Nel mezzo dei madorli e dei cespugli spuntava un’erba diversa dalla solita ad Eron sconosciuta. Quest’erba era più alta e più spessa dei soliti filetti d’erba che coprivano le campagne attorno alla cittadina piene di ulivi e mandorli. L’olezzo sprigionato da questo mucchietto d’erba sconosciuta era penetrante nel cervello di Eron tanto che non si trattene dal brucarne un po.

Il paesino pareva sfocato, i corpulenti ulivi sembrava che si piegassero al suo passaggio intimorendo il povero Eron che si era appena riuscito a rimettere sulle quattro zampe, le bianche margherite eranto tutt’a un tratto diventate rosse e si muovevano come se sospinte dal vento d’autunno. Eron, il gattone dal pelo grigio zebrato di nero, non riusciva davvero a capire cosa gli stesse succedendo, era completamente spaesato, e una strana euforia cominciava a pulsarli dentro: un euforia che presto lo spinse far gran corse tra i mandorli in fiore e a rotolarsi per terra sollevando terra, erba e quant’altro.

Passarono ore prima che le margherite rosse tornassero bianche, che gli ulivi non ioncombessero più su di lui e che riuscisse a non zompettare da una parte all’altra rotolandosi per terra. Eron era esausto verso l’ora del tramonto, orario il quale di solito si dedicava ad elemosinare il cibo. Proprio mentre rammentava questa pensiero, una fame improvvisa lo assalì brutalmente; una fame che lo stava spingendo quasi a mordersi la coda. Eron cominciò a correre verso la cittadina dove l’odore degli ulivi e dei mandorli inebriava gli abitanti, una folle corsa verso casa del Signor Buono, un’estenuante cavalcata pensando solo al famoso pesce alla brace, delizieria tanto amata dal gattone paffuto Eron.

Giunse finalmente nel retro della casa in mattoni del Signor Buono da dove si alzava ancora un po di fumo bianco e di odore di pesce alla brace, saltò sul davanzale e vide che era a tavola con alta gente tra i quali riconobbe il panettiere Franco e uno dei suoi figli che gli era sempre al seguito, forse il più grande, Luigi. Alla tavola erano in cinque, intenti e concentrati con delle carte in mano. Eron non sapeva certo che stessero giocando a sbarazzino, il gioco amato dai concittadini del Signor Buono, ma sapeva che era pericoloso in questo momento richiamare l’attenzione del proprietario di casa per avere del cibo, non della semplice comida, ma lo speciale pesce alla brace che certamente conservava. La fame implacabile non riuscì a trattenere Eron dal istinto che tanto aveva imparato a combattere, quello di non disturbare il Signor Buono in certe situazioni alla ricerca di un po di cibo. Cominciò dapprima a miagolare sempre più insistentemente sul davanzale, ricevendo una minacciosa occhiata da parte del cuoco tanto adorato. L’istinto era sempre più irrefrenabile, tanto che Eron saltò giù da quella mesoletta dove c’era un vaso di geranei per dirigersi dove sapeva per certo che sarebbe potuto entrare: dalla finestrella del bagno che circa da un paio d’anni non si riusciva più a chiudere e nè tantomeno ad aprire maggiornemte. C’era uno spiraglio di pochi centimetri da dove poteva passare un braccio umano, un colomboe forse un gatto abbastanza secco.

Eron sopraggiunto davanti a questo stretto varco, assalito sempre più da una fame di pesce alla brace, ci si gettò senza pensarci su due volte. Il risultato fu che ci rimase incastrato, ma per poco poichè tanta era la forza di volontà o più semplicemente l’animalesca fame che con sforzi e strani miagolii di lamento riuscì finalmente ad entrare in casa del Signor Buono. L’aria era impregnata di odori di cibi buonissimi, in parte coperti dal puzzo di sigaro fumato dal panettiere Franco. Uscito dal bagno Eron si diresse a passo sostenuto verso la camera dove erano seduti i cinque e in un attimo fu sotto il tavolo senza che nessuno di loro se ne accorgesse. Il Signor Buono batteva ritmicamente la punta del piede destro e parlava con tono imponente e grave. Eron gli saltò in grembo proprio mentre lui esplodeva un urlo verso il figlio undicenne del panettiere che aumentò d’intensità quando le unghie del gattone zebrato penetrarono, se pur per poco nella carne del cuoco.

Il Signor Buono urlava a squarciagola rosso in viso e spostava con forza qualsiasi cosa si interponesse tra lui ed il gatto. Prima una sedia lanciata a qualche metro di distanza che si schiantò contro la porta della cucina, poi il tavolo rovesciato e rotto in più punti, successivamente il povero Luigi, figlio del panettiere che capitolò fortunatamente sulla poltrona. Eron fuggiva, anche se consapevole di essere in trappola, ma nonostante si rendesse conto della gravità della situazione era ancora attanegliato dalla morsa della fame. Passarono solo pochi secondi e il cuoco si getto a peso morto sulla sua preda come precedentemente aveva fatto Eron su quella strana erbetta che aveva scaturito tutto ciò. Una volta preso, il Signor Buono lo strinse con forza tra le sue braccia correndo verso la porta principale che spalancò con un calcio e ne rifilò un altro anche con maggior violenza ad Eron lanciato in volo libero un istante prima dalle sue forti braccia, scagliandolo parecchio lontano ed imprecando verso di lui.

Forse continua…

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